L'Aula di Montecitorio, straordinariamente piena per una seduta di giovedì mattina, accoglie il disegno di legge costituzionale n. 847 con l'intensità riservata ai momenti che potrebbero rivelarsi storici. La Presidente della Camera, onorevole Renata Mazzini, apre i lavori alle 10:17 con le formule di rito: «L'Assemblea è convocata per procedere all'esame, in prima lettura, del disegno di legge di revisione costituzionale presentato dal Governo il 18 novembre scorso.» Nei banchi della maggioranza siedono i capigruppo in posizione compatta: la disciplina di voto è stata formalmente richiesta dal Presidente del Consiglio durante la riunione riservata tenuta lunedì sera a Palazzo Chigi. Nell'opposizione, i volti sono tesi. La partita è cominciata.

«Questa riforma rafforza la stabilità del governo senza intaccare i contrappesi democratici che la nostra Costituzione garantisce da settantadue anni.» — On. Stefano Parini, capogruppo della maggioranza alla Camera

Il disegno di legge n. 847 non nasce nel vuoto. È il quarto tentativo nell'arco di trent'anni di riformare il bicameralismo perfetto italiano — modello unico in Europa occidentale che vede Camera e Senato dotati degli stessi poteri legislativi, con l'obbligo di approvare il medesimo testo in sequenza. Il testo governativo prevede una revisione funzionale del sistema: la fiducia al governo viene concessa e revocata esclusivamente dalla Camera dei Deputati; il Senato si trasforma in una Camera delle Regioni, con composizione mista tra senatori eletti e presidenti di regione in carica, sul modello del Bundesrat tedesco. La proposta riprende parzialmente quella bocciata nel referendum del 4 dicembre 2016, che aveva registrato una sconfitta netta — il 59,1% dei votanti aveva detto no — ma si distingue per l'esclusione delle modifiche al Titolo V e per una clausola di salvaguardia che mantiene intatti i poteri del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale.

Le Opposizioni: Divise nell'Analisi, Unite nella Tattica

Le tre principali forze di opposizione si presentano con posizioni distinte nel merito ma coordinate nella strategia procedurale. La capogruppo del Partito Democratico, onorevole Elena Viterbi, formalizza la propria posizione critica con un intervento di quarantadue minuti: «Questa riforma concentra eccessivo potere nell'esecutivo, minando l'equilibrio tra i poteri che i padri costituenti avevano saggiamente costruito nel 1948, dopo vent'anni di totalitarismo.» Il Movimento 5 Stelle condiziona qualsiasi apertura all'adozione preliminare di una legge elettorale proporzionale: senza una riforma del sistema elettorale, avverte il capogruppo pentastellato Davide Greco, ogni revisione del bicameralismo rischia di produrre governi con maggioranze artificiali. L'Alleanza Verdi-Sinistra deposita due pregiudiziali: la prima richiede un parere preventivo non vincolante della Corte Costituzionale; la seconda chiede la convocazione di una conferenza nazionale dei presidenti di regione prima del voto. Entrambe vengono respinte dalla Presidenza come inammissibili nella fase attuale dell'iter.

La seduta si scalda di venti gradi quando il microfono raggiunge l'onorevole Carmine Esposito, che legge in Aula un lungo elenco di emendamenti ostruzionistici — 1.247 in totale, presentati congiuntamente dai tre gruppi di opposizione. Ogni emendamento, anche se meramente formale, richiede per regolamento almeno cinque minuti di discussione. Il calcolo è impietoso: se il governo non pone la fiducia, il solo esame degli emendamenti richiederebbe oltre cento ore di seduta. Il Palazzo Chigi, per il momento, tace.

«Quarant'anni di governi che durano in media quattordici mesi non sono un segno di vitalità democratica, ma di disfunzione strutturale che nessuna riforma cosmetica può guarire.» — Luca Romagnoli, editorialista del Corriere della Politica

Il Governo Conta i Voti

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Rapporti con il Parlamento, dottor Fabio Accardi, incontra i giornalisti nel Transatlantico al termine della mattinata. La posizione governativa si condensa in un argomento storico-comparativo che il governo ha scelto come principale strumento di comunicazione: la Quinta Repubblica francese, nata nel 1958 con poteri esecutivi rafforzati, ha dimostrato in sessantotto anni che esecutivi forti e democrazia liberale sono pienamente compatibili, anzi complementari. «L'Italia ha avuto sessantasei governi in ottant'anni di Repubblica», ricorda Accardi. «Non è un record di cui andare fieri.»

Sul piano aritmetico, la situazione è più delicata di quanto i comunicati ufficiali lascino trasparire. La maggioranza dispone formalmente di 287 seggi, ma quaranta deputati della coalizione hanno espresso riserve in sede di Commissione, e almeno dodici hanno votato contro alcuni emendamenti governativi nelle ultime settimane. La soglia minima per il passaggio in prima lettura è la maggioranza semplice — 316 voti dei 630 componenti dell'Assemblea. Il governo appare fiducioso, ma la matematica lascia poco margine d'errore. Fonti di maggioranza, interpellate in via riservata, indicano che i voti certi sono 271: altri 18 sono considerati «probabili».

Tempi, Procedura e il Referendum all'Orizzonte

Il voto in prima lettura alla Camera è calendarizzato per giovedì prossimo, 23 aprile, salvo ulteriori pregiudiziali. In caso di approvazione, il testo passerà al Senato per la prima lettura, che dispone di un termine ordinatorio di sessanta giorni. Seguiranno una seconda lettura alla Camera e una al Senato: è qui che la posta in gioco cambia radicalmente. Se in seconda lettura entrambi i rami approvano con la maggioranza assoluta dei componenti — 316 alla Camera e 161 al Senato — la legge è approvata ma può ancora essere sottoposta a referendum confermativo se richiesto. Se invece viene approvata con una maggioranza inferiore ai due terzi, il referendum è automaticamente obbligatorio su richiesta di chiunque raccolga 500.000 firme, cinque Consigli Regionali, o un quinto dei parlamentari.

Gli studiosi di diritto elettorale stimano che il costo logistico di una consultazione referendaria si aggirerebbe intorno a 178 milioni di euro, con un iter di circa sei mesi dalla proclamazione dei risultati parlamentari. La parola finale, in questo scenario, potrebbe arrivare nella primavera del 2027. Nel frattempo, la Conferenza delle Regioni convoca una sessione straordinaria per mercoledì prossimo. I presidenti di Lombardia, Veneto e Toscana hanno già diffuso un comunicato congiunto di apertura condizionata: sostengono la riforma a condizione che il Senato riformato diventi effettivamente la camera di rappresentanza dei territori, con poteri vincolanti sulle materie di legislazione concorrente previste all'articolo 117 della Costituzione. Il presidente della Regione Siciliana, invece, esprime preoccupazione: teme che una camera regionale composta in parte da eletti diretti e in parte da presidenti in carica penalizzi le regioni meridionali, storicamente sottorappresentate negli equilibri di governo nazionale.